Il laboratorio di musica tra gioco, educazione e prevenzione. ( di Cristina Zoppo)

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La musica è un mezzo di espressione ricco di potenzialità.

E non dobbiamo negare ai nostri bambini la possibilità di usarlo.

J. Paynter-P. Aston

‘I bambini non devono cercare di adattarsi alle aspettative adulte, ma sono gli adulti a cercare di costruire

spazi e occasioni per stimolare l’apprendimento e la fantasia dei più piccoli.

Non è necessario che gli stimoli siano grandiosi

quanto di approccio, di metodo, di relazione con il bambino.’

G. Rodari

Nella scuola dell’infanzia, che più degli altri gradi scolastici sa accogliere la non verbalità come strumento di comunicazione significativo, si tende spesso ad enfatizzare il valore delle produzioni grafiche e plastiche dei bambini, assegnando ad esse un ruolo di formalizzazione del pensiero assimilabile alla scrittura e gerarchicamente superiore ad altri sistemi di rappresentazione come quella gestuale e sonora. L’ideale sarebbe creare sinergie tra produzioni sonore, movimento e produzioni grafiche: suono, gesto, segno.

E’ proprio in questo primo ambiente scolastico che si inizia a comprendere la naturale sensibilità fisica dei bambini verso il mondo dei suoni e delle voci, perché ci si può prendere il tempo necessario per prestare attenzione al loro modo di ascoltare, di percepire un ritmo con il corpo, al loro modo di cantare. Quest’età ha bisogno del tempo di un adulto ‘dedicato’, che li accompagni nella loro scoperta verso il ‘musicale’ del loro piccolo mondo, per arrivare ad un proprio universo sonoro. La scuola deve saper accogliere bambini attivi e concreti, creativi e fisici, aprendosi alla laboratorialtà favorendo così l’incontro con il mondo dei suoni. Un incontro che prevede lo sviluppo e il consolidamento delle abilità sensoriali legate alla produzione e alla percezione, all’esplorazione e alla costruzione di realtà sonore e musicali che fanno parte della vita da ‘piccoli eploratori’.

Il laboratorio di musica deve dare spazio ai bambini favorendo l’improvvisazione mediante l’uso di strumenti tradizionali o inventati, costruiti con i materiali più disparati; dando risalto alla voce parlata, mediante la proposta di favole, enfatizzando il racconto con le voci dei personaggi e sonorizzando tutto ciò che è possibile, facendo scegliere ai bambini i vari tipi di sonorità; aprendosi all’invenzione di storie; creando canzoni che abbiano a che fare con la vita di tutti i giorni, con il reale vissuto, oppure canzoni completamente inventate in cui è il nonsenso a fare da padrone; facendoli danzare tra le cose e con le cose. A loro volta, i bambini, devono essere liberi di suonare o non-suonare, di parlare o non-parlare, di muoversi oppure di restare immobili a guardare ciò che succede intorno. Solo in questo modo potranno crescere senza la paura di disvelarsi a sé e al mondo, di scoprire ciò che hanno intorno, di stupirsi e diventare grandi anche grazie alle proprie emozioni.

“E’ creativo un bambino non tanto perché si è rivelato in grado di elaborare un prodotto “originale” ma soprattutto perché ha saputo esprimere idee, mettere a fuoco pensieri, definire ragionamenti, compiere scelte progettuali in un disegno di processo creativo socialmente vissuto, negoziato, concertato con altri, inserito in un contesto di alterità, condito di pluralità di presenze altre. Laddove la creatività nasce dal contatto, dalla connessione, dalla contaminazione, dalla squadra: una creatività polifonica. Fare suoni, rumori, produrre sonorità, ascoltare insieme e ascoltare voci, idee sensazioni, è creatività che s’imbeve di creatività altra e vive di implementazione.” M. Cervellati

 

 

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Una lettera per Mario Lodi

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Una lettera per Mario Lodi

Ciao Mario.
Grazie di cuore per il tuo esempio, l’umiltà, la profonda capacità di amare. Avevi il dono di unire le persone e a molti di noi hai insegnato a portare a scuola ogni giorno la curiosità, la voglia di ascoltare i bambini, il rispetto dei loro tempi e la tua profonda passione civile.

Resterai per sempre il nostro maestro.

“Andate avanti!”, ci hai detto. Le tue parole, impegno e collettivo, ci indicano la strada da percorrere con forza e fiducia. Ricominciamo dai bambini e dal tuo insegnamento, nella “Casa delle Arti e del Gioco”, nelle scuole, nelle università, nelle biblioteche: mettiamo insieme le buone pratiche educative di insegnanti, studenti, genitori attraverso una rete di cooperazione che diffonda speranza a ciò che accade oggi.

Tu vola felice nel cielo azzurro, insieme a tutti i Cipì che ti vogliono bene.

Un grande abbraccio.Immagine

Digressione

I bambini «conquistano» il Muse

I bambini hanno conquistato il muse per una notte, una lunga notte passata tra lupi, orsi, balene e antenati preistorici. Quella trascorsa è stata la terza notte di «Nanna al Muse», l’evento che ha portato bambini e genitori al Museo delle Scienze di Trento, a giocare e a scoprire in notturna le meraviglie della natura.
L’evento di sabato notte ha dato la possibilità ai più piccoli (dai 5 ai 12 anni) di trascorrere la notte, accompagnati dai loro genitori o in autonomia, dentro le mura del museo. Caccia al tesoro, attività creative, spettacoli, giochi e approfondimenti: questi gli intrattenimenti che hanno reso la notte avventurosa per i piccoli visitatori notturni, ma anche per i genitori apparsi molto emozionati.
I bambini hanno scoperto ghiacci perenni, il “labirinto della biodiversità” tra animali e piante del bosco, le Dolomiti, le Alpi e poi le prime comunità di cacciatori-raccoglitori. La visita guidata si è conclusa con un racconto sull’origine della vita e sui dinosauri dell’arco alpino.
Numerosi i giochi, coordinati alla perfezione da una squadra di volontarie davvero motivate e professionali.
All’arrivo i bambini hanno sistemato sacchi a pelo, materassini, zaini, coperte e pigiamini nei posti prestabiliti e subito si sono divisi in gruppi con tanto di nome e inno da presentare a tutti, con l’ammonimento alla concentrazione massima, «date il meglio di voi stessi – dice una delle coordinatrici – perchè il direttore ci guarda da casa grazie alle telecamere e domani mattina decreterà il vincitore». Ma i premiati alla fine saranno tutti naturalmente.
E poi via alla grande avventura tanto attesa dai bambini, in mezzo ad animali preistorici, foreste misteriose, strane tecnologie. Ma c’è spazio anche per i genitori che ricordano con una certa nostalgia la propria giovinezza, dove, in quei tempi, il Muse poteva essere solo immaginato in un libro di Giulio Verne.
Poi ecco arrivare i Pilots, i custodi del museo, i referenti, i volontari, tutti avvolti in meravigliose magliette colorate e sgargianti, tutti con compiti diversi che non si risparmiano e che lavorano con impegno.
E sottovoce sentiamo qualcuno dire, «è bello vedere che le nostre referenti del Muse, Samuela, Katia, Elisa, Federica e i vari dipendenti non risparmiano le fatiche e lavorano come tutti anche se magari queste ore extra non verranno pagate.»
È la magia dei bambini, per loro lavorare gratis non è faticoso, anzi, molto gratificante. E quando una voce grida, «adesso tutti a dormire» sembra che la vera avventura per i bambini inizi per davvero, dormire al Muse insieme a «tiranno rex», orsi feroci, veloci caprioli e serpenti velenosi può far paura, ma ci pensa Morfeo a mettere tutto al suo posto in pochi minuti.
Al risveglio l’avventura continua davanti alla nutriente colazione “scientifica” e prosegue con Azotomania, «science show» con l’azoto liquido. Così la scienza diventa uno spettacolo emozionante: il the dello scienziato pazzo, la cucina molecolare, fiori di cristallo, palloncini che si gonfiano da soli, divertenti performance ed esperimenti con l’azoto liquido.
Quando arriva Dino, il dinosauro del MUSE, per dare l’ultimo saluto, si capisce che è ora di tornare a casa, e dopo un piccolo velo di tristezza che scende sui volti dei bambini tutto ridiventa normale, ma con la consapevolezza di aver vissuto, almeno per una notte, un nuovo jurassic park, o una nuova puntata di «una notte al museo» dove tutto come un una fiaba finisce bene.
 Katia Knycz

I bambini conquistano il Muse

VADO A SCUOLA il film di Pascal Plisson

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 Vado a scuola di Pascal Plisson, documentarista francese che con il rispetto, l’immediatezza e il meravigliato stupore di chi filma gli animali della savana, ha osservato e narrato il lungo e periglioso cammino verso l’istruzione di quattro bambini provenienti da diversi angoli del mondo.
Soffermandosi sulle dinamiche del viaggio più che sull’arrivo, il regista ha servito nobilmente il suo scopo di trasformare l’ordinario in straordinario: con pochi tocchi ha saputo rendere il keniota Jackson, la marocchinaZahira, l’argentino Carlito e l’indiano Samuel veri e propri eroi, impavidi condottieri che, come moderni Ulisse, perseguono la conoscenza animati non da una forma di ybris, ma dalla consapevolezza che l’unico modo per migliorarsi e sopravvivere alla povertà è saper leggere e scrivere.

Plisson questi bambini ha imparato a conoscerli, prima di cominciare a girare, e a guadagnare la loro fiducia, con il risultato che tutti quanti hanno facilmente dimenticato la macchina da presa per diventare ora i cowboy a cavallo di un western di John Ford, ora i personaggi di un road-movie, ora le protagoniste di un film sull’emancipazione femminile.
A ognuno una sua avventura, insomma, e una sua lotta contro una natura matrigna pronta a ostacolarli con terreni accidentati, elefanti rabbiosi, caldo, acque limacciose.

Suscettibili di identificazione anche se fossero nati dalla penna di uno scrittore, in quanto realmente esistenti questi personaggi risvegliano in chi li osserva un’accorata partecipazione, complice un montaggio che non si risolve mai nella matematica alternanza delle varie vicende e uno stile che nella sua oggettività non carica il film di pomposi insegnamenti.

Solo alla fine Pascal Plisson cede al vezzo di intervistare i suoi protagonisti, togliendo a Vado a scuola un po’ di spontaneità.
E allora le dichiarazioni di Jackson che vuole diventare un pilota o di Samuel che ha perso l’uso della gambe e dice: “Veniamo in questo mondo con niente e lo lasciamo con niente” diventano innecessarie, visto che la determinazione, la maturità e la solidità di questi non attori alti un metro e mezzo sono già tutte presenti.
Ma forse è giusto lasciare che i sogni prendano voce, così come è importante sottolineare che esistono posti in cui le vecchie generazioni si privano di affetti e forza lavoro spingendo le nuove ad andare lontano per investire su un futuro più dignitoso.
Che bell’esempio per noi figli del benessere che falsificavamo la firma dei nostri genitori sul libretto delle giustificazioni…

 

Quando lavorare l’argilla significa narrare

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QUANDO LAVORARE L’ARGILLA SIGNIFICA NARRARE

La Prima Scuola

Pubblichiamo la testimonianza di Andrea Sola, laureato in filosofia a Venezia, che è riuscito a crearsi a Mestre uno spazio di ricerca e di attività didattiche nel settore delle arti applicate. I suoi laboratori si concentrano nelle tecniche pittoriche e nella lavorazione del vetro e della ceramica. Limmagine in home è tratta dalla prima uscita dell’attività del “dopoNONscuola” al Forte Marghera. Andrea Sola parteciperà insieme a Don Luca Biancafior e tanti altri alla festa finale de La Prima Scuola al CSO Rivolta di Marghera.

Mi occupo di ceramica a livello professionale dedicandomi prevalentemente all’aspetto didattico e da circa dieci anni approfondisco le sue applicazioni in ambito pedagogico. I laboratori che sperimento in contesti scolastici ed extra scolastici, che ho chiamato “Il gesto e la parola”, vogliono avvicinare i bambini al mezzo espressivo estetico attraverso la strada della narrazione (anche autobiografica) per immagini.

I bambini vengono invitati a elaborare…

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IL COLLOQUIO E’ DEI BAMBINI

 

So che state fremendo per sapere qualcosa di più della scuola in Svezia. Ah no, non è vero? Io comunque oggi voglio proprio raccontarvi come funziona il colloquio con i genitori, quello che ogni genitore italiano che io conosca teme come la peste, perché, beh, ecco perché è una di quelle cose che penso valga proprio la pena di raccontarvi, vista la sorpresa alla nostra prima volta.

Prima di tutto per il colloquio ci si prepara. Circa una settimana prima, il Vikingo è tornato a casa con un foglio di domande a cui rispondere in preparazione per il colloquio. Le domande erano di vari gruppi. Alcune riguardavano lui, tipo come si trova a scuola, se gli piace, se si diverte, se trova difficili le materie di studio, se trova difficili i compiti a casa, eccetera. Poi c’erano le domande sull’atmosfera in classe, se c’è confusione, se riesce a concentrarsi, se i suoi compagni di classe lo aiutano, e così via. Poi le domande sulla situazione in giardino durante l’intervallo, se si sente solo, con chi gioca, a cosa gioca, se si trova mai in situazioni difficili, e poi ovviamente anche sulla mensa, sulla qualità del cibo, sulla durata del pasto, sull’atmosfera a mensa. Insomma una panoramica generale sulla sua percezione della vita a scuola, e non solo dello studio. Io e il VIkingo ci siamo messi insieme a leggere le domande e già grazie a questo semplice esercizio ho avuto molte informazioni dirette su come se la vive e come funzionano le cose lì.

7795777-giovane-insegnante-e-gli-studenti-di-scuola-maternaPoi è arrivato il giorno del colloquio. E qui abbiamo scoperto una cosa importante. Il colloquio, della durata di una mezzora circa, che però per noi si è prolungato un po’, non è tra maestre e genitori, è tra la maestra e l’alunno, che essendo minorenne avviene in presenza dei genitori. La maestra ha letto le risposte del Vikingo e ha discusso con lui ogni singolo punto. Ha mostrato interesse in ogni cosa che lui dicesse, soffermandosi maggiormente sui punti critici.

Non c’è mai stato in nessun momento un rimprovero nei suoi confronti, o un invito ad impegnarsi di più. C’è stata molta empatia, e molta voglia di capire le sue difficoltà per porre rimedio. Ma anche moltissimo incoraggiamento per tutto ciò che riesce a fare bene, e tutti i progressi fatti.

La maestra ha mantenuto tutto il tempo il dialogo con lui, e praticamente mai direttamente con noi, se non per chiarire qualche riferimento specifico a una attività di cui noi non eravamo a conoscenza. Sembrava quasi di essere di troppo.

Ovviamente questa è una esperienza con una insegnante, in una scuola specifica, in quel di Stoccolma, e quindi non vorrei generalizzare troppo, anche se ho parlato con altri genitori e sembra che questo sia più o meno per tutti il modo comune di procedere.

Il rapporto è tra l’insegnante e il bambino, e così facendo si dà al bambino stesso la responsabilità del suo andare bene o male a scuola.

Alla fine del colloquio maestra e allievo, discutono gli obiettivi da raggiungere nei prossimi mesi, e la strategia da adottare per raggiungerli.

E qui viene il bello, perché gli obiettivi sono individuali, non di classe.
Se un bambino ha difficoltà nella lettura il suo obiettivo sarà basato su questo, ad esempio dovrà leggere un po’ ogni giorno con lo scopo di arrivare dopo 2 mesi a riuscire a leggere un libricino di 10 pagine.
Se un bambino sa leggere bene ma ha problemi con la matematica, l’obbiettivo verrà fissato di conseguenza.

Le implicazioni di questo sistema sono incredibili.
– Il bambino non subisce confronti con il resto della classe ma impara a guardare ai suoi progressi personali e ai suoi obiettivi personali.
– Il bambino non si sente meno bravo perché qualcun’altro fa qualcosa meglio di lui, perché impara sin dall’inizio che ognuno è bravo a fare qualcosa di diverso.
– Il genitore non si sente mai accusato di come va il figlio a scuola, o di come si comporta in classe. Quella resta una faccenda tra insegnante e alunno.
– Il bambino viene responsabilizzato rispetto ai suoi studi, ai suoi progressi, e al suo comportamento in classe e con i compagni.

Poi è chiaro che il genitore ha comunque il suo ruolo di controllo e guida, e soprattutto è utile essere presenti al colloquio per portare avanti la collaborazione con la scuola in modo efficiente.

Io finora non ho visto fattori negativi con questo sistema, se non una certa irrequietezza nostra, di genitori, che un po’ per il nostro background culturale, un po’ per l’ansia che ci contraddistingue, ricercheremmo volentieri il confronto con gli altri per avere una misura del livello di preparazione di nostro figlio. Però stiamo imparando a rilassarci, e a goderci questo sistema che ha i suoi vantaggi. E infatti quello che solo qualche mese fa ci impensieriva, si è risolto da solo nel giro di pochissimo tempo, grazie al fatto di rispettare i suoi tempi personali di sviluppo e di apprendimento, incoraggiando semplicemente la sua naturale curiosità. Voi che dite, vi piacerebbe che il colloquio con gli insegnanti si svolgesse in questa maniera?